Sul disertare lo scontro frontale e l’abbandono delle logiche proprie del potere

Da Latebre, Maggio ’26

Con lo scopo di incanalare la naturale tendenza degli essere viventi, tra cui quelli umani, al conflitto e al dissenso, il potere ha creato e legittimato numerose modalità.

Votazioni, comitati, referendum, raccolte firme infatti non minano in alcun modo il potere, al contrario lo corroborano in quanto ribadiscono come il potere stesso rimanga l’unico detentore della possibilità di concedere un qualcosa. Che sia un diritto o la costruzione di una discarica lì invece che qui.

Ogni sogno, ogni aspirazione, ogni desiderio dovrebbero dunque trasformarsi in richieste, che, anche solo per essere prese in considerazione, dovrebbero esser effettuate secondo stringenti protocolli.

Tutto ciò che è al di fuori di questa pantomima democratica viene prima etichettato e poi ritenuto sbagliato, deplorevole e meritevole di punizione, sia dai detentori del potere ma sopratutto da chi li supporta.

Ogni minaccia alla tanto cara democrazia viene vista come un attacco diretto a chiunque si senta un cittadino, dunque, perfetto ingranaggio di questa macchina liberticida chiamata democrazia.

Anche quando si parla di conflitto il potere, addirittura sentenzia cosa è giusto e cosa è invece sbagliato.

Due eserciti che si scontrano; i loro stendardi, uniformi, corni di battaglia. Questa è l’estetica dello scontro che ci è sempre stata raccontata. Uno scontro simmetrico, dove chi è in minoranza numerica deve accettare di buon grado l’obliterazione e la sconfitta: non ci si può sottrarre, è proprio affrontare spavaldamente e con il petto in fuori questo triste destino che nobilita anche lo sconfitto. Il muoversi di nascosto tra le file del nemico, al chiaro di luna mentre questo dorme o guarda altrove è invece intrinsecamente legato a una forma di vigliaccheria, sopratutto se non si indossa nessuna divisa.

Insomma, se si prova a ovviare a quelli che nello scontro frontale sono svantaggi, si bara: perdere devi perdere, se perdi seguendo le regole almeno perdi con onore.

E se ci fossero invece altri modi di vivere in conflitto? Modi alla portata di chiunque abbia il fuoco nel cuore? Se la sconfitta non fosse certa risultante dei numeri e delle forze in campo?

Se l’idea stessa di sconfitta, come di vittoria, perdesse ogni valore?

Se invece di mettere tutte le proprie forze in un tiro alla fune perso in partenza, la fune la si tagliasse?

Quanto prima si comprende che le armi non le dovrebbe scegliere il nemico ma chi decide di brandirle quanto prima si sapranno scegliere quelle più adatte a sé. Allo stesso modo quanto prima si abbandona il dualismo vincitore-vinto quanto prima si può abbandonare quel concetto di sconfitta che nella sua parvente ineluttabilità porta spesso all’intorpidimento e all’abbandono dei propri slanci. Certo, il potere lascia sempre meno margine di azione a chi lo vuole attaccare; la tecnologia non solo si evolve dal punto di vista qualitativo ma diventa anche più accessibile.

Le maglie del controllo si infittiscono, fili vengono tesi ovunque: sul fondo degli oceani, sotto terra, tra i tralicci di acciaio e persino nello spazio.

Conduttori, onde radio e fibra ottica compongono il sistema nervoso di questo essere che si nutre di

controllo. Un sistema tremendamente complicato, così complicato che neanche gli stessi addetti ai lavori possono comprenderlo nella sua totalità. Fortuna vuole che per far danni non serve essere grandi tecnici.