Da Avis de tempêtes n.40, 15.4.21
In ordine sparso
«Suggeriamo perciò, in Italia e fuori, a tutti coloro che vogliono molestare, fino a fiaccarlo, il nemico, la guerriglia autonoma e per ordine sparso; di piccole entità più difficilmente raggiungibili e identificabili»
“Non molliamo”, gennaio 1927
Forse è giunto il momento di provare a tornare sulle ipotesi organizzative, sul rifiuto o l’assenza delle stesse, nella piccola galassia di individui, di piccoli gruppi, di vari progetti differenti, di costellazioni conflittuali, che si riconoscono nella lotta per l’anarchia, una lotta certo dai metodi più variegati, ma che si svolge qui e ora. Una lotta che pone al centro il problema della distruzione. Distruzione di quanto ostacola la libertà e l’anarchia, anziché la sua gestione. Distruzione di ciò che opprime, sfrutta e devasta, piuttosto che un’educazione popolare di coloro che aderiscono, più o meno coscientemente, a ciò che opprime, sfrutta e devasta. Distruzione di tutto ciò che media, di tutto ciò che sopprime l’autonomia a favore della dipendenza, più che la creazione di piccoli isolotti alternativi negli interstizi del dominio. Le discussioni che ci allontanano da questa distruzione e dal nostro modesto contributo ad essa; le discussioni che non si interrogano su come incoraggiare la distruzione, su come contribuire a creare condizioni materiali e soggettive che favoriscano la distruzione, ci conducono solo al ristagno della paralisi.
Ciò detto, intendiamoci bene. La distruzione non è solo questione di fuoco, di sabotaggio, d’insurrezione o di armi. Se da un lato la distruzione comprende la soppressione materiale delle strutture e delle persone autoritarie, dall’altro implica una critica corrosiva dei rapporti sociali che sostengono, favoriscono e riproducono tali strutture, fino a toccare le nostre stesse responsabilità, i nostri compromessi, le nostre rinunce, che sono altrettanti mattoni dell’edificio sociale da demolire. La distruzione non è tanto un affare di guerra, dove sono tracciate le linee di demarcazioni tra amici e nemici; ciò di cui stiamo parlando va ben oltre un tale schema probabilmente troppo facile per spiegare l’eternità dell’oppressione e dello sfruttamento nel calvario della storia umana. Inoltre la distruzione, come fatto materiale violento, non è riducibile al semplice atto della distruzione (che essa si esprima contro le cose o contro gli uomini, da questo punto di vista non fa alcuna differenza: l’atto di distruggere comporta comunque l’uso della violenza — offensiva o difensiva, giustificata o meno, in fondo si tratta di questioni che ognuno e ognuna deve risolvere da sé, senza le stampelle che qualche ideologia, sistema filosofico o convinzione religiosa possa offrire). Occorrono non solo braccia, ma anche testa; non solo una preparazione mentale, ma anche cuore; non solo uno sforzo e una convinzione individuali, ma forse anche il sostegno di chi abbiamo vicino.
Continua la lettura di La foresta dell’agire
