Da Finimondo, 7.05.2022
Le catene da spezzare
Raggiungi le lunghe macabre radici morbose che l’aratro dimentica,
Scopri le profondità; lascia che i lunghi viticci pallidi consumino tutto per scoprire il cielo; ora niente va bene
A parte gli specchi d’acciaio della scoperta ….
E le magnifiche enormi albe del tempo,
Dopo che saremo morti.
Robinson Jeffers, The broken Balance (1929)
Il poeta americano che ha scritto queste righe era un uomo che non amava la vita in società. Era troppo innamorato della bellezza della natura selvaggia per inchinarsi davanti alle misere realizzazioni della civiltà umana, preferendo la libertà solitaria ad una vita in compagnia degli orrori, dei genocidi e delle devastazioni avvenuti, che considerava segni peculiari della civiltà. Definiva filosofica la sua poesia, che è stata un’importante fonte di ispirazione per il risveglio ecologico degli anni 60, un «disumanesimo»: «Dobbiamo decentrare le nostre menti da noi stessi / Dobbiamo disumanizzare un po’ i nostri punti di vista e diventare più saldi / Come la roccia e l’oceano di cui siamo fatti». Questi richiami risuonano ancora oggi, nelle foreste oscure e nelle valli remote, e forse perfino nei corridoi delle città-prigioni dove più nulla ci collega alla realtà, a parte le merci inebetenti. E se c’è un ostacolo che ancora ci impedisce di voler demolire tutto per non prolungare l’attesa morbosa che ci attanaglia, un ostacolo da rimuovere con urgenza, dobbiamo sicuramente volgerci verso i famigerati miti del progresso, una convinzione del passato che la storia umana avanzi inesorabilmente verso maggiori libertà e felicità. Ormai è diventato impossibile ignorare che i grandi ecosistemi stanno crollando, o che l’appiattimento e la dipendenza prodotti da un secolo di industrialismo a tappe forzate ci stanno stritolando, e in effetti è sempre dietro la stessa tromba sfiatata del progresso che si schiera ogni adesione alla civiltà.
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