Che le nostre lacrime diventino armi: appello a distruggere tutto nella settimana del Tdor

Da Indymedia Nantes, 26.10.2025

La lista dei nostri fratelli e sorelle scomparsi/e si allunga di anno in anno. Ogni nuova morte è un crollo, un ricordo del dolore di esistere in un mondo che cerca attivamente di sopprimerci. Cerchiamo di resistere a tutti i costi, mantenendo vivo il ricordo di chi se n’è andato/a.

Le nostre amiche puttane assassinate, i nostri fratelli e sorelle senza documenti deportati/e, le/i nostri/e amici/che espulsi/e dalla polizia, le/i nostri/e compagni/e ricacciati/e nell’ombra e nella povertà, le nostre sorelle spinte al suicidio dalle loro famiglie transfobiche e il cui nome viene infangato anche dopo la morte, le/i nostri/e amici/che rinchiusi/e in prigione o in ospedali psichiatrici. Dall’isolamento e dalla negazione delle nostre esistenze, che ci distruggono poco a poco, fino all’omicidio brutale, questa società di merda cerca di distruggerci e le armi a sua disposizione si fanno sempre più potenti.

La sinistra, che ama tanto parlare in nostra vece, ci riduce a vittime passive e partecipa attivamente alla repressione delle nostre rivolte in nome della nostra «sicurezza». Ci vorrebbe insegnare a farci piccoli/e e a interiorizzare questo discorso paternalistico, nella speranza che le istituzioni ostili si commuovano per la nostra sorte e ci concedano qualche diritto, che come tutti i diritti, andrà a beneficio di alcuni/e a scapito di tanti/e altri/e.

Anche il nostro lutto, una volta cristallizzato in una cerimonia ufficiale, perde il suo potenziale di rivolta e diventa un ulteriore strumento al servizio della nostra pacificazione. Un’ora di raduno in cui ci è permesso piangere, voci funebri che scandiscono al megafono i nomi delle persone care, che all’improvviso ci sembrano così lontane. Il fuoco delle candele è l’unico che arderà in memoria dei/lle nostri/e compagni/e. E pazienza se il nostro dolore e la nostra rabbia non rientrano in un minuto di silenzio: dovremo lottare per strappare altri spazi in cui farli esistere.

Il problema non è che ci siano momenti di raccoglimento. È che ci sia solo quello. Anche gli spazi in cui ci è permesso piangere i nostri morti si restringono di giorno in giorno, proprio come la memoria delle nostre rivolte, sempre più lontana e cancellata.

Eppure siamo in tanti/e ad essere divorati/e dal desiderio di far esistere qualcos’altro: urlare il nostro dolore fino a svegliare i borghesi e i reazionari, ricoprire ogni muro bianco con i nomi delle persone che ci sono care o con murales che celebrano le loro vite e le loro lotte, rompere ogni loro vetrina in queste strade dove siamo un pugno nell’occhio, festeggiare coloro che se ne sono andati/e facendo esplodere fuochi d’artificio come coriandoli in questo cielo grigio. Distruggere, rompere, attaccare, ma anche piangere, ridere, ballare e immaginare altri modi per prenderci cura dei/lle nostri/e amici/che e celebrare le nostre esistenze al di fuori dalle norme prestabilite.

Siamo consapevoli che non tutti/e abbiamo le stesse possibilità di agire, a seconda di dove ci troviamo e delle nostre capacità. Alcuni/e vivono in comunità, altri/e faticano a trovare compagni/e nelle vicinanze. Tuttavia, in ogni angolo, anche il più isolato, si possono trovare cose da distruggere e stronzi a cui rompere le palle, da soli/e, in coppia o in gruppo.

Coloro che vogliono distruggerci sono ovunque. Con un po’ di tempo e di pratica, o più spontaneamente, possiamo imparare a riconoscerli e a trovarli. I modi per agire sono molteplici e ognuno/a di noi può agire a modo proprio per vendicare i nostri fratelli e sorelle e mantenere viva la loro memoria.

Attacchiamo le istituzioni che imprigionano noi e le/i nostri/e compagni/e: le carceri, i centri di detenzione amministrativa, gli ospedali psichiatrici… Colpiamo gli uffici (o le case!) dei/lle deputati/e che approvano leggi che ci danneggiano, i giudici e i tribunali che le applicano. Vendichiamoci dei medici e degli psichiatri della FAPATH (ex SOFECT) e di tutti coloro che ostacolano o si ergono a padroni delle nostre transizioni, quando non sono semplicemente degli aggressori. Attacchiamo chi vorrebbe farci sparire: dai/lle giornalisti/e reazionari/e ai/lle teorici/che anti-woke, passando per i gruppi fascisti organizzati. Foriamo le gomme delle auto degli sbirri che troppo spesso ci umiliano, ci violentano e ci mandano in galera. Prendiamocela con gli abolizionisti e con coloro che criminalizzano e reprimono chi di noi si prostituisce. Non dimentichiamo nemmeno le guardie carcerarie che maltrattano le nostre sorelle rinchiuse in isolamento.

Non aspettiamo la prossima legge transfobica o il prossimo “fatto di cronaca” per attaccare: reagire significa essere sempre in difesa. Colpiamo per primi/e. Se le nostre azioni risuonano e trovano eco, possiamo darci forza a vicenda, comunicare ciò che ci anima nonostante la distanza e ritrovare una forma di complicità anonima che ci farà sentire meno soli/e.

Vogliamo amore per le/i nostri/e e odio per l’autorità. Cura e reciprocità tra di noi, vernice sui loro muri e fuoco alle loro auto e vetrine!

Ci piacerebbe che il prossimo Trans Day of Remembrance fosse un Trans Day of Revenge. Un giorno, o meglio una settimana, in cui non ci limiteremmo a rompere i denti a qualche transfobico (anche se è divertente), ma distruggeremmo il loro intero mondo, quel mondo che non ha mai avuto posto per noi né per i/le nostri/e morti/e.

Il 20 novembre e nei giorni intorno, vendichiamoci contro chi ci vuole male. Per una volta, colpiamo per primi/e.

— NB. Abbiate cura di voi quando uscite, di giorno o di notte. Vi proponiamo alcuni opuscoli che possono aiutarvi a proteggervi dalla repressione:

BlablADN

Come inviare un comunicato senza farsi scoprire

Non vista, non presa

Come divertirsi di notte senza farsi beccare

E consigliamo vivamente di usare Tor e Tails!



Tdor of revenge tutto l’anno!

Da Indymedia Nantes, 17.11.2025

Nella notte tra mercoledì 12 e giovedì 13 [novembre], un terzo delle auto presenti nella concessionaria Tesla di Pennes-Mirabeau, nei pressi di Marsiglia, è andata a fuoco. È bastato un accendifuoco posizionato su uno dei pneumatici anteriori perché il fuoco si propagasse.

Complimenti per l’appello all’azione (anche se l’uscita era già prevista).

Che le nostre lacrime diventino armi!


[articolo di giornale e foto tratti da Sans Nom]

Incendio di Tesla a Pennes-Mirabeau: diversi focolai e recinzione tagliata, si ipotizza un incendio doloso.

La Provence, 13 novembre 2025 (estratto)

Giovedì 13 novembre, intorno alle 3 del mattino, circa 50 vigili del fuoco delle Bouches-du-Rhône hanno lottato contro l’incendio di 24 veicoli elettrici nel parcheggio della concessionaria Tesla nella zona industriale delle Sybilles a Pennes-Mirabeau. Nonostante le auto siano quasi tutte completamente carbonizzate, il rapido e massiccio intervento dei vigili del fuoco ha permesso di preservare l’edificio adiacente e 50 veicoli nelle vicinanze. Secondo una prima stima, rivelata da TF1, l’ammontare dei danni raggiungerebbe i 600.000 euro.

L’intervento si è concluso verso le 6:30 del mattino. Quando siamo passati sul posto questa mattina, si sentiva ancora l’odore di fumo e di bruciato. Sul posto c’era la polizia.

Secondo le prime indagini, affidate alla Divisione di criminalità territoriale (DCT), non ci sono più dubbi sulla pista criminale. Secondo una fonte giudiziaria, le accuse riguarderebbero “danneggiamenti o distruzioni con mezzi pericolosi da parte di un’organizzazione criminale e associazione a delinquere”. Secondo una fonte della polizia, gli investigatori avrebbero riscontrato un foro praticato nella recinzione. Inoltre, l’incendio sarebbe divampato in diversi punti distinti, il che avvalora l’ipotesi di un incendio doloso. Tuttavia, giovedì le indagini erano ancora agli inizi.

L’incendio arriva in un anno nero per Tesla in Francia. A marzo, mentre il capo del marchio, Elon Musk, era al centro di numerose polemiche, diverse concessionarie sono state oggetto di incendi dolosi a Niort (Deux-Sèvres) e a Tolosa (Haute-Garonne). In entrambi i casi sono andate distrutte dalle 10 alle 12 auto.

La sede francese di Tesla, situata a Saint-Ouen (Seine-Saint-Denis), era stata vandalizzata. Le vendite del costruttore di auto elettriche sono infine crollate all’inizio dell’anno, per poi risalire in autunno.