Da switch off!, 30.09.25
Nel corso dell’ultimo decennio, sia in Europa che altrove, una nuova generazione di attivisti/e ha portato il movimento per il clima alla ribalta. Gruppi come Extinction Rebellion, Fridays for Future e Ende Gelände [in Germania] sono riusciti a emergere dall’ombra, convincendo milioni di persone a impegnarsi nella difesa del pianeta. Non molto tempo fa, in pochi erano consapevoli del rischio di una catastrofe climatica, mentre oggi è vero esattamente il contrario. Non ho alcuna intenzione di sminuire questi risultati. Ciò su cui voglio richiamare l’attenzione, tuttavia, è che l’attivismo climatico ha avuto un impatto minimo o nullo su ciò che è davvero importante: ridurre effettivamente la quantità di carbonio emessa dagli esseri umani in tutto il pianeta. Queste emissioni continuano ad aumentare ogni anno, così come le temperature medie globali, le catastrofi meteorologiche e i tassi di estinzione delle specie. Ottenere il riconoscimento da parte della società non è bastato. In tutti i suoi obiettivi fondamentali, il movimento per il clima è un fallimento.
Ho un’ipotesi sul perché ciò accada. Il movimento per il clima rimane bloccato nell’idea che chi detiene il potere debba essere convinto ad apportare i cambiamenti necessari. Nonostante utilizzi un’estetica che richiama l’azione diretta, la maggior parte dell’attivismo climatico si concentra sull’ottenere l’attenzione dei media (compresi i social media mainstream, che sono un’estensione del potere capitalista tanto quanto la televisione o i giornali) per ottenere il riconoscimento sociale e, in ultima analisi, fare pressione sui politici. Tuttavia, l’élite politica non sarà mai in grado di risolvere questa crisi, perché il sistema che le conferisce il potere è lo stesso sistema che prospera letteralmente sulla distruzione del pianeta. Quella che chiamiamo “economia” è una megamacchina fuori controllo che considera qualsiasi cosa non sia un’espansione illimitata (un processo che comporta la devastazione ecologica) come un disastro. Indipendentemente dal loro colore politico o dalle promesse che fanno, tutti i politici e le aziende giurano fedeltà alla logica retrograda di questo mostro che divora il mondo.
Alcuni potrebbero obiettare che alcuni elementi del movimento per il clima sfuggono a questa considerazione. Contrariamente a Extinction Rebellion e Fridays for Future, i gruppi anticapitalisti come Ende Gelände non avanzano richieste esplicite ai politici, ma si concentrano piuttosto sull’interruzione diretta delle infrastrutture critiche. Tuttavia, non si può supporre che occupare pacificamente una miniera di carbone (o le sue arterie) per alcune ore sia un modo realistico per chiuderla definitivamente: è solo un altro modo per attirare l’attenzione dei media. Tali azioni non hanno senso, a meno che non si speri, consapevolmente o meno, che possano convincere i politici a intervenire e riformare l’economia per noi. Altre organizzazioni di massa, come Soulèvements de la Terre [in Francia], potrebbero sembrare un miglioramento, dato che privilegiano il sabotaggio delle infrastrutture ecocide e, in questo senso, incoraggiano qualcosa di simile all’azione diretta, sebbene diretta da un’avanguardia segreta. Tuttavia, anche in questo caso, potrebbe trattarsi solo di un modo più seducente per attirare l’attenzione dei media: tali attacchi, infatti, sarebbero molto più efficaci se compiuti da piccoli gruppi autonomi che colpiscono protetti dall’oscurità, soprattutto laddove le autorità non se lo aspettano.
In breve, la maggior parte dell’attivismo climatico si concentra sulla richiesta di aiuto a un sistema intrinsecamente incapace di rispondere. Questo diffonde un’etica di disempowerment e infantilizzazione, implicando che le persone comuni siano incapaci di affrontare la crisi climatica da sole. In realtà, però, è proprio il contrario. Saremo tutti ridotti in cenere prima che i governi facciano ciò che è necessario. Spetta quindi a ribelli non specializzati e dedicati iniziare a risolvere direttamente la crisi. Come potrebbe essere? Attuando quanto prima i cambiamenti necessari che chi detiene il potere non prenderà mai seriamente in considerazione. Con questo intendo chiudere centrali elettriche, aeroporti, autostrade e fabbriche, organizzando al contempo mezzi di sostentamento decentralizzati (e quindi ecologici) che non prevedano l’uso di tali strutture. Questa proposta comporterebbe senza dubbio una diffusa escalation nella strategia.
Tuttavia, data la gravità della situazione e il fatto che i metodi attuali si sono rivelati insufficienti, ritengo che sia giunto il momento di prendere in considerazione una revisione radicale del nostro approccio.
L’ispirazione è già a portata di mano. Ad esempio, la campagna Switch Off! (avviata in Germania nel 2022 e da allora diffusa oltre i confini europei) abbandona l’idea di riformare il capitalismo, concentrandosi invece sul rendere direttamente inutilizzabile l’infrastruttura responsabile della distruzione del pianeta [1]. Casi di sabotaggio di questo tipo si stanno diffondendo, sia che siano associati allo slogan in questione, ad altri slogan o che non siano rivendicati affatto. Per citare solo alcuni esempi: nel settembre 2023, la rete ferroviaria fuori Amburgo è stata sabotata in più punti, causando gravi disagi a uno dei più grandi porti d’Europa [2]; nel marzo 2024, un incendio doloso alla rete elettrica nei pressi di Berlino ha provocato la chiusura della Gigafactory di Tesla per diversi giorni [3]; nel maggio 2025, un doppio incendio doloso a una centrale elettrica e a un traliccio dell’alta tensione ha causato un blackout in una parte consistente della Francia, lasciando senza elettricità un aeroporto, diverse fabbriche e il festival di Cannes [4]. Si potrebbe anche ricordare che l’aeroporto di Londra Gatwick è stato chiuso per diversi giorni nel 2018, secondo quanto riferito (e per motivi sconosciuti), perché un drone è stato fatto volare sopra le piste. Nonostante i massicci sforzi della polizia, i responsabili di questa azione facilmente riproducibile non sono mai stati trovati, né sono stati effettuati arresti per nessuna delle altre azioni menzionate.
Al contrario, le tattiche convenzionali degli attivisti per il clima (come l’uso di lucchetti, treppiedi e supercolla) danno per scontato l’arresto, sacrificando i nostri compagni ai tribunali, al carcere e alla sorveglianza continua. Si tratta di un costo elevato per azioni che, oltre a favorire un atteggiamento di sottomissione nei confronti delle autorità, hanno un impatto minimo o nullo sulla capacità operativa delle industrie che stanno distruggendo il clima.
Per affrontare un problema di portata così vasta come il cambiamento climatico, tuttavia, gli attacchi alle infrastrutture ecocide devono diventare ancora più ambiziosi. Ciò potrebbe significare passare dall’attenzione rivolta a industrie specifiche a quella rivolta invece alla civiltà industriale nel suo complesso. Bisogna colpire i centri di produzione, estrazione e ricerca, così come la rete elettrica che li collega, ovvero la rete stessa che dà al sistema di distruzione il suo potere (in entrambi i sensi del termine [cioè power anche nel senso di energia, NdT]). Una visione così audace potrà sembrare fuori luogo a molti/e. Ma troppo spesso ci si dimentica che il cambiamento climatico e la civiltà industriale sono in realtà lo stesso problema. Il degrado climatico causato dall’uomo non è un fenomeno antico, ma risale solo all’inizio dell’industrializzazione. Da circa 150 anni, la vita umana è sempre più incentrata sull’uso di macchinari che convertono i combustibili fossili in energia, emettendo anidride carbonica.
In altre parole, la cultura umana è stata costretta a dipendere da un’infrastruttura in continua espansione che non può funzionare senza avvelenare il clima. La rivoluzione industriale è iniziata solo poche generazioni fa, eppure le sue conseguenze hanno già indotto molti/e a mettere in dubbio la possibilità che la vita stessa possa sopravvivere oltre questo secolo. Non potrebbe esserci un atto d’accusa più severo nei confronti di questo cambiamento tecnologico relativamente recente.
Alcuni risponderanno naturalmente che la civiltà industriale non è intrinsecamente distruttiva per la Terra e che è già in fase di riforma. Ci riferiamo alla cosiddetta “transizione verde”, proclamata da tutto lo spettro politico come la soluzione alla crisi climatica. Tuttavia, è un errore comune pensare che l’energia eolica, solare o idroelettrica possa rappresentare una vera alternativa ai metodi convenzionali: in realtà, queste fonti vengono sfruttate in aggiunta ai combustibili fossili, che attualmente vengono bruciati in quantità maggiori che mai. Pensare che l’economia capitalista rinuncerebbe mai alle riserve di carbone, gas o petrolio nel sottosuolo è un fraintendimento della logica fondamentale di un sistema basato sulla crescita illimitata. La conseguenza degli investimenti record nelle tecnologie verdi è stata, quindi, solo quella di far aumentare il consumo energetico globale a livelli senza precedenti.
Inoltre, la ristrutturazione economica in corso non prevede una transizione e, anzi, è tutt’altro che verde. In primo luogo, i combustibili fossili sono fonti di energia altamente dense che né l’energia solare, né quella eolica né quella idrica riescono a eguagliare. Ne consegue che, se si vogliono mantenere gli attuali livelli di consumo, le “energie rinnovabili” devono occupare aree di terreno molto più estese di quelle già destinate alla produzione di energia. In secondo luogo, le tecnologie chiave di tale ristrutturazione dipendono fortemente dall’estrazione di minerali, in particolare attraverso l’attività mineraria. Ad esempio, il nichel e i minerali delle terre rare sono necessari per la costruzione di pannelli solari e turbine eoliche, mentre il litio e il cobalto sono componenti fondamentali delle loro batterie, così come di quelle delle auto elettriche, delle e-bike e degli smartphone. In nome dell’ecologia, l’economia capitalista sta quindi saccheggiando ogni angolo del globo alla ricerca di risorse redditizie, causando devastazioni ecologiche, lavoro forzato e conflitti geopolitici. Anche le profondità inesplorate degli oceani sono destinate a essere saccheggiate; il passo successivo sarà rappresentato dagli asteroidi e da altri pianeti. In sintesi, quindi, la soluzione tecnologica alla catastrofe climatica, pubblicizzata come tale, non è altro che una grande menzogna che nasconde l’ulteriore espansione della megamacchina.
Oggi, quasi tutti/e concordano sul fatto che gli esseri umani stanno distruggendo la biosfera e, allo stesso tempo, si stanno suicidando. Tuttavia, sono in pochi/e a comprendere la crisi per quello che è realmente, ovvero il risultato di uno sviluppo tecnologico sfrenato. Non si tratta di un problema che può essere risolto votando, presentando petizioni, protestando, boicottando o investendo. L’unica risposta realistica alla crisi climatica è attaccare la civiltà industriale. Non mi aspetto che questa proposta riceva grande popolarità, dopotutto garantirebbe di destabilizzare l’unico mondo che quasi tutti hanno sempre conosciuto. Tuttavia, potremmo doverci rassegnare all’idea che molti, se non la maggior parte, degli esseri umani insisteranno per sempre nel mantenere in funzione le proprie auto, i propri frigoriferi e i propri smartphone, anche a costo di rinunciare all’aria che respiriamo. Spetta quindi a chi ha altre priorità agire con coraggio e senza compromessi.